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Tre anni senza ricci di mare per salvarne l'estinzione: sapremo resistere?

La proposta di legge di un consigliere regionale per arginare lo spopolamento di quella che è una prelibatezza assoluta

Riusciremmo a farne a meno? Saremmo capaci di rinunciare per tre anni a quelle belle sperlunghe dal sapore di mare,a quelle prelibatezze dai raggi carnosi e fiammanti, veri e propri tesori per il palato custoditi - invano - da gusci aculeati ? Troverebbe sosta il certamen tra i sostenitori del partito del cucchiaino - i puristi - o quelli della mollica di pane?

Mah! Certo è che la proposta del consigliere regionale Pagliaro, capogruppo di la Puglia domani, sottoscritta da altri venti consiglieri regionali di varie forze politiche, di sospendere per tre anni sia nello Ionio che nell'Adriatico la pesca dei ricci di mare, trova fondamento in studi scientifici dei quali bisognerebbe tener conto; e sta facendo discutere.

I numeri parlano chiaro: secondo gli scienziati dell'Istituto di Ricerca Oceanografica di Israele, se cinquant'anni fa si potevano contare fino a dieci esemplari per metro quadrato nelle secche marine, oggi sono rarissimi e spesso di dimensioni inferiori a quelle di 7 cm di diametro, consentite per il prelievo. Un riccio, infatti, impiega dai quattro ai cinque anni per raggiungere questa grandezza, ma non gli viene dato il tempo di crescere: e infatti in realtà quelli che pensiamo essere i nostri insostituibili e prelibatissimi ricci di casa nostra sulle tavole dei ristoranti di tutta la Puglia, provengono sempre più spesso dai mari di altri paesi mediterranei come Spagna, Grecia, Portogallo, Croazia e Albania.

«Il loro prelievo è diventato così massiccio - ha affermato Pagliaro - che nell'Adriatico e nello Ionio sono praticamente scomparsi: la richiesta da parte dei ristoranti è troppo alta per consentire il ripopolamento naturale dei ricci. Questo sovrasfruttamento non è più sostenibile: abbiamo dilapidato una risorsa preziosa, non solo dal punto di vista commerciale e gastronomico ma anche ambientale, perché i ricci svolgono un'insostituibile azione di pulizia dei fondali rocciosi, rimuovendo il borraccino che tende a soffocare le varie forme di vita ancorate al substrato marino».

E i pescatori di ricci? Quelli esperti, audaci, che affrontano anche il mare più ostile per riempire le ceste, portarle nei ristoranti o esporle come gioielli dai banchetti del lungomare?

Ebbene, la proposta di legge prevederebbe anche indennizzi per i pochi pescatori professionisti locali che ancora si cimentano in questo tipo di pesca e e campagne di sensibilizzazione per comprendere il senso di questo provvedimento e per educare ad un prelievo responsabile.

Tutto sembrerebbe previsto perfettamente, dunque, per salvare i ricci, tranne l'astinenza, certo. Non c'è sushi che tenga qui a Trani rispetto a una bel vassoio di ricci, specialmente quelli dei mesi con la erre, che dovrebbero essere i più prelibati. Ai datteri ci siamo più o meno rassegnati (salvo i delinquenti che li vanno a rubare dal mare - non ci sono mezzi termini - e quelli che se li comprano), ma quelli sono sempre stati più elitari, i ricci più... democratici!

Sapremo farne a meno? E soprattutto il buon senso farà sì che la proposta di legge venga effettivamente approvata? In Sardegna funziona così, guai a chi viene beccato dalla guardia costiera a raccoglierne. Forse come al solito la risposta sta nella misura, il cui senso anche nella raccolta dei ricci è stato evidentemente perso mettendo a rischio ancora una volta l'intero habitat dei nostri mari. Vedremo.
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