
Politica
Amministrative Trani. Articolo97 e Moscatelli: il naufragio di un’intesa. Cronaca di un divorzio politico in due atti
Dalle accuse di "solitudine operativa" dell’avvocato alla difesa della "democrazia interna" del movimento: le 24ore ore che possono cambiare i piani del centrodestra tranese.
Trani - mercoledì 15 aprile 2026
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Ci sono giorni in cui la politica smette di essere diplomazia e diventa uno scontro a viso aperto, un duello dove le parole pesano come macigni e i sorrisi del giorno prima lasciano il posto alle diffide legali. Il 14 aprile, ribattezzato dai cronisti locali l'"Articolo 97 Day", è stato esattamente questo: il funerale pubblico di un'alleanza che, solo poche settimane fa, prometteva di scuotere Palazzo di Città. La scena si divide in due palcoscenici speculari. Da una parte, l'avvocato Alessandro Moscatelli, il candidato che ha gettato la spugna a un passo dal traguardo; dall'altra, il direttivo del movimento civico, ferito ma determinato a non scomparire.
L'amaro addio del candidato: "Ero l'unico a tirare il carro"
Il primo a rompere il silenzio è Moscatelli. Il suo non è un addio sereno, ma un atto d'accusa che profuma di stanchezza e delusione. "L'Articolo 97 era uguale ad Alessandro Moscatelli", esordisce, descrivendo un movimento che, a suo dire, viveva esclusivamente del suo lavoro. Studio delle delibere, comunicati stampa, incontri politici: tutto sulle spalle di un solo uomo, mentre il gruppo – accusa l'avvocato – restava a guardare.
Ma il punto di rottura non è stato solo il carico di lavoro. Moscatelli scoperchia il vaso di Pandora di una lista che, a otto giorni dalla chiusura, contava solo 19 nomi. "Avevo trovato otto persone pronte a confluire, a risolvere il problema numerico. Mi hanno detto di no". È qui che il racconto si tinge di sospetto: l'avvocato parla di "sabotaggi", di "lassismo" e punta il dito contro presunti incontri segreti del direttivo con altri candidati di centrodestra. "Io resto un uomo libero", conclude, rivendicando la scelta di tornare alla professione e alla famiglia piuttosto che piegarsi a quella che definisce l'inconsistenza di un gruppo senza numeri.
La replica del Movimento: "Nessun uomo solo al comando"
Poche ore dopo, la replica. Raffaele Covelli, Giuseppe Curci, Antonio Pomo e Annamaria Pasquadibisceglie si presentano davanti ai taccuini con l'aria di chi ha subito un "incidente grave" ma non mortale. La loro narrazione è diametralmente opposta. Per Articolo 97, non c'era alcun deserto organizzativo, ma un percorso democratico che Moscatelli avrebbe tentato di scavalcare.
"Il candidato ha posto un out-out: o accettate questi nomi senza discuterne, o me ne vado", spiegano dal direttivo. Per un movimento che da sette anni coltiva la propria identità nei quartieri, quel "prendere o lasciare" è stato visto come un affronto alla collegialità. "La democrazia non è un diktat", ribattono, smentendo anche la crisi dei numeri: la lista sarebbe stata solida, con oltre 21 firme e diversi soci storici pronti alla sfida.
E sul presunto "salto della quaglia" verso altri schieramenti? Il direttivo non nega il dialogo con il centrodestra, ma lo rivendica come un atto di coerenza per garantire l'alternanza alla città, rispedendo al mittente le accuse di incontri clandestini: "Tutti parlano con tutti in campagna elettorale, anche lui lo faceva".
L'epilogo, una città, due verità
Mentre le telecamere si spengono, resta sul campo una maceria politica difficile da ignorare. Moscatelli esce di scena chiedendo la rimozione di ogni suo slogan e del programma da lui redatto, lasciando il movimento con un simbolo ma senza il suo "motore" ideologico. Articolo 97, dal canto suo, annuncia che non si ritirerà: cercherà una nuova casa in una coalizione di centrodestra, convinto che gli elettori premino le idee e non solo i volti. La vicenda mette a nudo la fragilità del rapporto tra la figura del "leader civico" e la struttura associativa di supporto. Se Moscatelli lamenta una mancanza di supporto tecnico e numerico che lo ha costretto al ritiro per tutelare famiglia e professione, Articolo 97 rivendica il primato del gruppo sulla singola personalità, condannando quello che definiscono un atteggiamento autoritario del candidato.
L'uscita di scena di Moscatelli non ferma però il movimento, che ha annunciato l'intenzione di correre comunque con il proprio simbolo, pur rinunciando a un candidato sindaco proprio per confluire (probabilmente) nella coalizione di centrodestra. Resta l'amarezza di un progetto nato sotto il segno della "trasparenza" e conclusosi con una diffida legale sull'utilizzo di loghi e programmi. La palla passa ora agli elettori, che dovranno valutare quanto questo "terremoto di aprile" peserà sulla credibilità delle proposte politiche in campo. Il "Day After" consegna a Trani una coalizione di centrodestra ancora più frammentata e un civismo che fatica a trovare una sintesi tra l'autorevolezza dei singoli e la disciplina dei gruppi. Se Moscatelli ha scelto la "coerenza del ritiro", Articolo 97 ha scelto la "resistenza del simbolo". Due verità opposte che, da oggi, inizieranno a correre su binari paralleli verso le urne del 2026.
L'amaro addio del candidato: "Ero l'unico a tirare il carro"
Il primo a rompere il silenzio è Moscatelli. Il suo non è un addio sereno, ma un atto d'accusa che profuma di stanchezza e delusione. "L'Articolo 97 era uguale ad Alessandro Moscatelli", esordisce, descrivendo un movimento che, a suo dire, viveva esclusivamente del suo lavoro. Studio delle delibere, comunicati stampa, incontri politici: tutto sulle spalle di un solo uomo, mentre il gruppo – accusa l'avvocato – restava a guardare.
Ma il punto di rottura non è stato solo il carico di lavoro. Moscatelli scoperchia il vaso di Pandora di una lista che, a otto giorni dalla chiusura, contava solo 19 nomi. "Avevo trovato otto persone pronte a confluire, a risolvere il problema numerico. Mi hanno detto di no". È qui che il racconto si tinge di sospetto: l'avvocato parla di "sabotaggi", di "lassismo" e punta il dito contro presunti incontri segreti del direttivo con altri candidati di centrodestra. "Io resto un uomo libero", conclude, rivendicando la scelta di tornare alla professione e alla famiglia piuttosto che piegarsi a quella che definisce l'inconsistenza di un gruppo senza numeri.
La replica del Movimento: "Nessun uomo solo al comando"
Poche ore dopo, la replica. Raffaele Covelli, Giuseppe Curci, Antonio Pomo e Annamaria Pasquadibisceglie si presentano davanti ai taccuini con l'aria di chi ha subito un "incidente grave" ma non mortale. La loro narrazione è diametralmente opposta. Per Articolo 97, non c'era alcun deserto organizzativo, ma un percorso democratico che Moscatelli avrebbe tentato di scavalcare.
"Il candidato ha posto un out-out: o accettate questi nomi senza discuterne, o me ne vado", spiegano dal direttivo. Per un movimento che da sette anni coltiva la propria identità nei quartieri, quel "prendere o lasciare" è stato visto come un affronto alla collegialità. "La democrazia non è un diktat", ribattono, smentendo anche la crisi dei numeri: la lista sarebbe stata solida, con oltre 21 firme e diversi soci storici pronti alla sfida.
E sul presunto "salto della quaglia" verso altri schieramenti? Il direttivo non nega il dialogo con il centrodestra, ma lo rivendica come un atto di coerenza per garantire l'alternanza alla città, rispedendo al mittente le accuse di incontri clandestini: "Tutti parlano con tutti in campagna elettorale, anche lui lo faceva".
L'epilogo, una città, due verità
Mentre le telecamere si spengono, resta sul campo una maceria politica difficile da ignorare. Moscatelli esce di scena chiedendo la rimozione di ogni suo slogan e del programma da lui redatto, lasciando il movimento con un simbolo ma senza il suo "motore" ideologico. Articolo 97, dal canto suo, annuncia che non si ritirerà: cercherà una nuova casa in una coalizione di centrodestra, convinto che gli elettori premino le idee e non solo i volti. La vicenda mette a nudo la fragilità del rapporto tra la figura del "leader civico" e la struttura associativa di supporto. Se Moscatelli lamenta una mancanza di supporto tecnico e numerico che lo ha costretto al ritiro per tutelare famiglia e professione, Articolo 97 rivendica il primato del gruppo sulla singola personalità, condannando quello che definiscono un atteggiamento autoritario del candidato.
L'uscita di scena di Moscatelli non ferma però il movimento, che ha annunciato l'intenzione di correre comunque con il proprio simbolo, pur rinunciando a un candidato sindaco proprio per confluire (probabilmente) nella coalizione di centrodestra. Resta l'amarezza di un progetto nato sotto il segno della "trasparenza" e conclusosi con una diffida legale sull'utilizzo di loghi e programmi. La palla passa ora agli elettori, che dovranno valutare quanto questo "terremoto di aprile" peserà sulla credibilità delle proposte politiche in campo. Il "Day After" consegna a Trani una coalizione di centrodestra ancora più frammentata e un civismo che fatica a trovare una sintesi tra l'autorevolezza dei singoli e la disciplina dei gruppi. Se Moscatelli ha scelto la "coerenza del ritiro", Articolo 97 ha scelto la "resistenza del simbolo". Due verità opposte che, da oggi, inizieranno a correre su binari paralleli verso le urne del 2026.

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