Comandante Massimiliano Galasso. <span>Foto Ida Vinella</span>
Comandante Massimiliano Galasso. Foto Ida Vinella
Eventi e cultura

Festa dell’Arma, il cuore dei Carabinieri nelle parole del Colonnello Massimiliano Galasso

Un tributo ai Caduti, un ringraziamento ai militari e un appello alla comunità: «La sicurezza nasce dalla responsabilità condivisa e dal servizio alla collettività»

Da oltre due secoli rappresentano uno dei volti più riconoscibili dello Stato sul territorio. Sono presenti nei piccoli centri come nelle grandi città, operano in silenzio, spesso lontano dai riflettori, garantendo sicurezza, legalità e vicinanza ai cittadini. L'Arma dei Carabinieri continua ad essere un presidio insostituibile di fiducia e protezione, una presenza quotidiana che accompagna la vita delle comunità nei momenti ordinari e, soprattutto, nelle emergenze più difficili.

La Festa dell'Arma, celebrata quest'anno nella caserma "Cezza" di Trani, non è stata soltanto un momento celebrativo, ma un'occasione per riflettere sul significato profondo del servizio reso da donne e uomini che ogni giorno indossano l'uniforme con spirito di sacrificio, disciplina e senso dello Stato.

Nel suo intenso intervento, il Comandante Provinciale dei Carabinieri della BAT, Colonnello Massimiliano Galasso, ha offerto una riflessione che va oltre il bilancio delle attività operative, consegnando alla comunità un messaggio di alto valore civile e istituzionale. Un discorso nel quale emergono con forza i concetti di responsabilità, fedeltà, legalità e vicinanza ai cittadini, ricordando come il Carabiniere non sia soltanto un operatore della sicurezza, ma un servitore dello Stato chiamato quotidianamente a difendere la libertà, la dignità delle persone e la coesione sociale.

Particolarmente toccante il richiamo ai Caduti dell'Arma e al sacrificio del Maresciallo Carlo De Trizio, a vent'anni dalla sua morte a Nassiriya, simbolo di quella dedizione assoluta che continua a rappresentare il patrimonio morale più prezioso dell'Istituzione.

Il discorso del Colonnello Galasso si configura così come una vera e propria dichiarazione d'amore verso il territorio della provincia di Barletta-Andria-Trani, ma anche come un monito contro ogni forma di criminalità, rassegnazione e indifferenza. Un invito rivolto a istituzioni, associazioni e cittadini a fare squadra, perché la sicurezza non è soltanto il risultato dell'azione delle forze dell'ordine, ma il frutto di una responsabilità condivisa. Parole profonde, pronunciate con autorevolezza e passione, che meritano di essere lette e meditate, perché raccontano il senso più autentico di cosa significhi oggi servire lo Stato e proteggere una comunità.
Questo il testo del discorso del Col. Massimiliano Galasso

Festa dell'Arma dei Carabinieri 2026 - Caserma "Cezza" – Trani
Signor Prefetto, Autorità civili, militari e religiose, Carabinieri, famiglie dell'Arma, cittadini della provincia di Barletta-Andria-Trani, vi sono giorni nei quali un'Istituzione non deve parlare di sé, ma rendere visibile la ragione per cui esiste. Oggi, per la prima volta, la Festa dell'Arma viene celebrata nella caserma "Cezza" di Trani. Non è soltanto una scelta di luogo: è una scelta di appartenenza. Questa è la nostra casa: viva, operosa, aperta alla provincia. Da questo cortile, ogni giorno, la Repubblica indossa gli alamari e si mette in cammino. È questa l'immagine da consegnare alla memoria: la Repubblica che non resta formula, stemma o sigillo, ma assume passo, volto, decisione; discende dagli emblemi alla vita concreta e fa della legge una presenza viva.

Questa è l'Arma: Stato che arriva, responsabilità che prende forma, mano ferma, ascolto, misura, protezione. Nella casa del Carabiniere, prima ancora della parola, parla la memoria. Nel cortile interno sono ricordati i Caduti: la nostra agorà degli eroi, dove il silenzio non è vuoto, ma consegna. Ogni nome inciso continua a vegliare sul presente e ricorda che l'uniforme non è ornamento, ma promessa portata fino all'estremo. Quest'anno quel ricordo assume un'intensità particolare. Sono trascorsi vent'anni dal sacrificio del Maresciallo Carlo De Trizio, figlio di questa terra, caduto a Nassiriya il 27 aprile 2006. Nel suo nome non ricordiamo soltanto un uomo: riconosciamo una linea di fedeltà, una disciplina silenziosa, una forma alta di amore per l'Italia. Onore a lui. Onore a tutti i nostri Caduti. Prima di ogni altra cosa, una parola semplice: grazie. Grazie per questi tre anni.

In questo tempo è maturata una consapevolezza essenziale: una provincia non si guida da lontano. Va attraversata con lo sguardo, ascoltata nelle sue vene profonde, conosciuta nelle ore serene e in quelle dure. La si serve; e servendola, la si ama. Il Comandante Provinciale non appartiene a sé stesso. È custode temporaneo di una responsabilità più antica del suo nome: non parte, non fazione, non voce di interessi; misura, presidio, equilibrio armato di dovere. Ascolta tutti senza appartenere a nessuno. Il suo vincolo è lo Stato; la sua legge interiore è il servizio. Nessun risultato chiude il cammino. Lo rende più severo.

Questo giovane lembo d'Italia è chiaro di pietra e aspro di vento, disteso tra mare, Murgia, campagne, città operose, ferite antiche e orgogli che non scolorano. La storia, in questi luoghi, non è ornamento: è sostanza. Nella pianura resta l'eco di Canne, dove la forza senza intelligenza può rovesciarsi in rovina; sulle alture passa ancora l'ombra di Federico, dove il potere, quando è visione, diventa architettura del destino. Servire il luogo dell'origine non è un ritorno. È una chiamata. È amore assoluto: non nostalgia, non compiacimento, non cartolina dell'anima. È amore che obbliga, pretende, giudica. Non attenua il dovere: lo rende più sacro.

Appartenere davvero a un luogo significa riconoscerne anche le ferite. Ogni comunità ha un punto fragile nel quale la libertà può essere insidiata: giovani consegnati alla droga, imprese spinte al silenzio, famiglie costrette alla paura, decisioni pubbliche sfiorate da interessi opachi, cittadini indotti a considerare normale ciò che normale non è. Entra allora il nome più duro, quello che non ha bisogno di essere gridato per essere compreso. È il potere criminale che vive di intimidazione, assoggettamento e silenzio: sopruso che tenta di farsi sistema, dominio che cerca obbedienza, possesso che vorrebbe sostituirsi alla libertà degli uomini.
Talvolta esplode, incendia, minaccia. Più spesso si insinua nelle economie, nei rapporti, nei procedimenti, nei favori, nelle esitazioni.

La sua ambizione più pericolosa non è soltanto violare l'ordinamento: è diventare consuetudine, paesaggio, abitudine mentale. L'Arma esiste per impedirlo e, con la stessa fermezza, per contrastare ogni indulgenza o silenzio che, per convenienza, finisca per lasciare spazio alla paura. Perché nessuno debba chiedere permesso per essere libero. In questa lotta non vi è nulla di astratto: controllo del territorio, indagine che ricompone frammenti, ascolto delle voci finalmente libere, presidio che spezza l'isolamento, pazienza nel leggere i segnali prima che diventino ferite più profonde.

In questo risiede la carabinierità: forza disciplinata dalla legalità, autorità senza vanità, coraggio capace di misura. Il Carabiniere non deve alzare la voce per essere presente. Gli basta esserci. La sua figura dice che lo Stato non arretra e che la libertà quotidiana non è concessione di alcuno, ma diritto da custodire. Egli sa che l'onore più grande è servire. La libertà più alta consiste nel volere fino in fondo ciò che si deve.
Rendere conto non limita la nostra indipendenza; ne è la forma più nobile. La norma non è nata per dormire negli archivi. Vive soltanto quando genera giustizia.

Da questa radice nasce la responsabilità del comando. Il Comandante non è collocato più in alto: è esposto più avanti. Non possiede uomini, risorse, funzioni; li riceve in consegna e deve farli rendere. Un ufficio pubblico non è proprietà né recinto: è promessa fatta al cittadino. Perciò non può vivere nel rimpianto di ciò che manca. Deve trasformare ciò che ha in forza, usare la legalità come primo strumento dell'azione, respingere l'alibi della carenza. La funzione pubblica pretende metodo, integrazione, decisione. Non tollera il lamento. Per questo non si innalzano numeri come stendardi.

Il numero ha dignità quando aiuta a comprendere; si impoverisce quando pretende di sostituire la verità. La sicurezza non vive nella cifra esibita, ma nella porta che torna ad aprirsi, nel cittadino che denuncia, nel ragazzo sottratto alla strada cattiva, nell'imprenditore che non abbassa lo sguardo. Non si cerca il primato della statistica. Si cerca il risultato vero: quello che entra nella carne viva della comunità e abbassa, anche solo di un grado, la temperatura della paura. Quel risultato non nasce dalla solitudine di un ufficio. Nasce da una comunità istituzionale che lavora, spesso in silenzio, dentro una medesima direzione.

La Prefettura, la Magistratura, le Forze di polizia, le amministrazioni locali, la scuola, la sanità, i servizi sociali, il mondo associativo, i cittadini responsabili: ciascuno con la propria funzione, ciascuno con la propria competenza, tutti chiamati a concorrere alla stessa opera di pace civile. Non vi è sicurezza vera senza questa leale convergenza. Non vi è ordine duraturo senza rispetto delle responsabilità altrui. Non vi è miglioramento possibile se ogni presidio resta chiuso nel proprio recinto. La funzione di comando custodisce questa armonia: riconosce il valore degli altri, mette a sistema le energie migliori, trasforma competenze sparse in forza comune. Per questo deve essere equidistante: non tiepida, libera. Libera da convenienze, appartenenze, simpatie che deformano il giudizio.

Quando il tempo stringe, le risorse diminuiscono e il bisogno cresce, il Carabiniere non trasforma il limite in pretesto; il Comandante, meno di tutti, può permetterselo. Non invocherà numeri per spiegare ciò che non è stato fatto. Dirà soltanto: sono questi. E questi bastano, se sapremo guidarli, proteggerli, esigerli. In questa falange vive l'orgoglio dell'Istituzione: la consapevolezza vigile di quanto costi rimanere dritti. La libertà non è un dono: è conquista. Ogni conquista domanda disciplina, e senza disciplina non esiste grandezza. Alla fine non resta ciò che abbiamo trattenuto. Resta ciò che abbiamo dato. Così l'uomo dello Stato smette di appartenere a sé stesso e diventa servizio.

Il vero servitore dello Stato non cammina sopra la propria gente. Cammina dentro la sua gente. Cammina domandando: non per esitazione, ma perché proteggere richiede comprensione; custodire esige conoscenza; decidere impone di avere ascoltato il battito del suolo affidato. Il nostro mestiere non è cercare una vita facile. È accettare una missione. Una missione vera non promette comodità: promette prova, sacrificio, altezza. E sappiamo che esiste qualcosa di peggiore della sconfitta: la rinuncia alla propria dignità, alla propria vocazione, al proprio dovere. Noi no. Si sceglie la via difficile, perché è l'unica degna di essere percorsa.

Nella caserma "Cezza" non si chiude con una promessa. Si chiude con una linea: quella che separa il servizio dall'opportunismo, la fedeltà dalla convenienza, la responsabilità dalla fuga. Finché quella linea resiste, una comunità sa di non essere sola. Noi sappiamo chi siamo: presidio, difesa, responsabilità. Possiamo conoscere la fatica. Non ci è consentito perdere l'anima. Ciò che viene compiuto con onore non finisce: attraversa il tempo e diventa memoria. Andiamo incontro al futuro senza esitazione, con la calma di chi conosce il proprio dovere.
Viva la provincia di Barletta-Andria-Trani. Viva l'Arma dei Carabinieri.

Da questo link, l'approfondimento delle attività del 2026: Trani: Carabinieri Bat, il valore della presenza: meno reati, più fiducia nel 2026

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