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Vita di città

Italia. Come l’isola che non c’è, più

Riflessioni sul nascere al sud in un Paese a "cultura zero"

Nascere in Italia non è un grande vantaggio ormai da qualche anno. Finiti i favolosi anni in cui l'Italia splendeva per rigore letterario, dall'avanguardia ai grandissimi Montale e Campana, Pasolini e Gadda, Malerba e Pedullà. Finiti gli anni della lotta politica, dei sindacati, delle rivolte operaie, del '68. Finiti gli anni del calcio pulito, dove la valletta televisiva non era un'escort, dove il giornalismo era reale e dove non esisteva l'erotico ricatto fotografico.

Nascere nel Sud Italia, fuori da ogni logica e retorica, è ormai un dramma sociale. Un incubo. Un terrore che si manifesta da quando nasci e vivi. Finché vivi e parti. Partire alla ricerca dell'eldorado di una felicità sognata, desiderata. Partire alla ricerca dell'affermazione personale. Partire per vivere lontano dai luoghi comuni di un paese che ti vuole allocato in un ufficio statale per tutta la vita come tuo padre e il padre di tuo padre. Vincere facile.

Nasci diverso e così te vai per le strade di un mondo ancora tutto da scoprire. Resisti perché tuo padre, un operaio, vuole che tu porti a termine l'Università, perché il celebre «pezzo di carta» ormai privo di ogni valore professionale ha valore umano. I sogni dei figli degli operai. Hanno chiamato i giovani dei nostri giorni choosy, mammoni. Giovani raccomandati, laureati senza arte ne parte. La generazione dei call center, tutti insieme come in un gioco di ruolo, con una musica triste in sottofondo. La musica non ha fondi. L'arte non ha fondi. La cultura non ha fondi. I libri non hanno fondi. Le biblioteche non hanno fondi. Le scuole non hanno fondi. Le famiglie non hanno fondi. I terremotati non hanno fondi. I nonni non hanno fondi. Le pensioni non hanno fondi.

Un mondo dove il lavoro lo inventi con la passione e la disperazione, dove non hai paura di rischiare perché non hai nulla da perdere. E mentre arrancano i giovani, lo Stato li guarda con indifferenza; le famiglie con preoccupazione. Le banche non li guardano nemmeno. Una generazione in "the middle of the street" letteralmente "in mezzo alla strada". Una dimensione psicologica. Una dimensione esistenziale. Una generazione che arrangia. Che ci prova. Che inventa. Una generazione che non sa cosa investire se non il proprio talento, che non può sognare. I sogni costano. Realizzarli poi. Che delirio. Una generazione che non si piega. Che alterna la lucida consapevolezza al delirio di sfondare. Di vincere. Una generazione di strada. Senza moralismi. Senza vittimismi. Una generazione che deve armarsi e partire. Subito.
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