
Eventi e cultura
La magia si ripete, ma l’alba è sempre nuova: l'abbraccio di "Nessun dorma" sul mare di Trani
I pianoforti di Alfonso Soldano e Giuseppe Greco hanno ancora una volta ammaliato il pubblico presente
Trani - sabato 18 luglio 2026
8.54
Alle quattro e un quarto il cielo sopra il molo di Trani è ancora pieno della notte. La città dorme ancora, sospesa tra il buio e il primo chiarore, mentre sul mare, davanti alla Cattedrale bianca che sembra nascere direttamente dalla pietra e dall'acqua, centinaia di persone sono già raccolte ad aspettare. Molti sono arrivati quando erano ancora le tre e mezza, camminando nel silenzio delle strade vuote, per conquistare il proprio posto davanti a quel confine fragile dove la musica incontrerá il giorno. Il molo è pieno, ogni spazio è occupato, tutti sono lì per assistere a un rito che ogni volta promette di essere uguale e ogni volta riesce a essere diverso.In questa atmosfera ancora sospesa tra il sonno e la veglia, il Nessun Dorma del duo Soldano-Greco comincia con le note della colonna sonora di Casper. E quel fantasma sembra davvero attraversare il cielo, posandosi sui fasci di luce che partono dai fari del molo e che si intrecciano sopra il pubblico fino a formare una volta a crociera fatta di luce, impalpabile, quasi il ricordo di un'altra chiesa sospesa sull'acqua fatta di luce, di musica e di memoria.
Poi qualcosa cambia nell'aria: l'attacco de "Il poema dei giganti" , composto dallo stesso Soldano, sembra annunciare l'arrivo di qualcosa di antico e possente. Non sono giganti quelli che avanzano, ma i primi pescherecci che rientrano dalla notte di pesca, uno dopo l'altro, con le loro luci che emergono dal buio e si avvicinano lentamente al molo. Il loro incedere sembra seguire il ritmo della composizione, come se fossero accompagnati davvero dai passi di creature enormi che tornano dal fondo del mare. Poi arriva Debussy, il Clair de Lune, ma la luna questa mattina non è lì a guardarci, poiché in queste sere è un lieve spicchio, bassa sull'orizzonte, quasi nascosta: eppure sembra che non abbia mai davvero lasciato il cielo, è come se le note di Debussy siano il suo riverbero, la traccia luminosa rimasta dopo quel "bacio" celeste con Venere che ancora sembra galleggiare nell'aria dal tramonto di poche ore prima.
Intanto i pescherecci continuano a tornare, scortati dai gabbiani, mentre un chiarore lieve comincia ad affacciarsi sul mare. Ma una foschia lontana trattiene ancora il giorno e trasforma l'acqua in una distesa livida, quasi una lastra di ghiaccio. È un paesaggio sospeso, straniante, che sembra preparare il passaggio alla Danse Macabre di Saint-Saëns. Perché il mare è anche questo: luogo di memoria, abisso, tomba e prigione.
Eppure la vita torna sempre, torna nello sciabordio leggero delle onde che arrivano dal largo e accarezzano gli scogli, torna nella delicatezza delle " Culle" di Gabriel Fauré, che sembrano seguire proprio quel movimento lento dell'acqua, quel respiro continuo del mare che accompagna le mani dei due musicisti.E poi accade qualcosa che sembra impossibile da immaginare prima che accada. La "Morte del cigno" dal lago diTchaikovsky arriva in uno degli arrangiamenti più intensi, e proprio mentre la musica racconta la fragilità di un ultimo volo, dal cielo "cadono" tre stelle, una dopo l'altra, attraversano la costellazione di Perseo, quasi rispondendo alle note, mentre il chiarore dell'alba prende sempre più le sue tinte calde.
Attorno al faro, anche il mare sembra voler partecipare a questa attesa. Da un lato, un branco di tonni affiora improvvisamente dalla superficie, saltando e ricadendo nell'acqua come se anche loro fossero venuti a vedere cosa stesse accadendo lì intorno, richiamati da quella strana unione di musica e luce. Dall'altro, piccole imbarcazioni, tavole e canoe portano altri spettatori sul mare. Restano immobili sull'acqua, figure sospese in chiaroscuro in un'immagine che sembra arrivare da un'altra dimensione: quasi una spiaggia dantesca, anime raccolte davanti alla promessa della luce, in attesa di vedere aprirsi il cielo del Paradiso.
E proprio allora l'alba comincia a danzare. Arriva inatteso un valzer di Strauss, reinventato nella sensibilità jazzistica di Gershwin, e sembra accompagnare il movimento stesso del giorno che avanza. Il cielo cambia ritmo, il mare cambia colore, ogni cosa sembra trovare una propria cadenza. Poi torna il silenzio. Arriva Tra le onde, l'inedito scritto da Massarelli e Soldano, e il molo sembra nuovamente sospeso tra due mondi. Il cielo ormai è chiaro, ma il giorno è ancora trattenuto dall'umidità, avvolto in una sottile velatura che separa ancora il cielo dalla linea del mare. Ed è la malinconia struggente di Rachmaninov, uno dei luoghi musicali più amati dal maestro Soldano, con la musica che sembra avere la forza necessaria per rompere quella barriera invisibile che ancora trattiene l'alba, per squarciare il velo che divide il cielo dalla linea del mare. Ma il sole sembra ancora esitante, come se anche lui volesse prolungare quell'istante perfetto in cui la notte non è più notte e il giorno non è ancora completamente giorno.
È un lento incedere verso la vittoria della luce, accompagnato dall'energia incontenibile del Largo al factotum dal Barbiere di Siviglia. La voce del protagonista che tutto sa e tutto può sembra attraversare il molo con la sua forza vitale, mentre dai ricordi dell'animazione e della mitologia arriva la frase di Hercules: "Posso farcela!". È quasi un invito rivolto al cielo stesso, un richiamo alla forza necessaria per vincere ancora una volta il buio.
Ma il tempo resta sospeso. Siamo ancora in una Terra di Mezzo, in quel luogo misterioso dove ogni cosa può accadere, e allora la musica apre un altro orizzonte con la Fantasia tratta dal Signore degli Anelli, con il suo richiamo a mondi lontani, a viaggi e ritorni, a battaglie combattute non soltanto contro nemici visibili ma contro le ombre che abitano dentro ogni attesa.
"Rainbow Connection" si fa inno ai legami invisibili che uniscono il cielo e la terra, le persone e i sogni, ciò che vediamo e ciò che immaginiamo, ed è l'ultima carezza prima del momento che tutti aspettano. Il pubblico è immerso nel silenzio, come se anche il respiro dovesse fermarsi per non interrompere quel passaggio. E alle 5.37, puntuale, accade.
Quella lama di luce all'orizzonte viene finalmente trafitta dal sole. Il buio si apre, il cielo si accende e il Vincerò di Nessun Dorma con Giuseppe Greco e Alfonso Soldano, ormai consolidati "Duo Alborada", diventa ancora una volta la vittoria che si rinnova ogni giorno, una promessa antica che il mondo continua a mantenere: la luce torna sempre. Sul molo gli occhi si riempiono di emozione. Anche per chi è qui per il quarto anno consecutivo, anche per chi conosce già ogni passaggio e sa esattamente cosa sta per accadere, il miracolo non perde la sua forza. Anzi, forse proprio perché è atteso riesce ancora di più a commuovere come se fosse la prima volta. Il bis arriva con Bizet, con la Carmen. Bella come l'alba appena nata, intensa e struggente, perché porta con sé il peso del suo destino tragico. Ma questa volta qualcosa sembra cambiare. Mentre la musica si allontana, una barca attraversa lentamente la scia di luce del sole sul mare, una striscia dorata che sembra una foglia d'oro posata sull'acqua; un gabbiano rende il quadro pieno di vita e scompare verso l'infinito.
E per un istante viene naturale pensare che forse Carmen, questa volta, può sfuggire al destino che conosciamo. Forse può vivere, forse può vincere anche lei. Perché questa è la magia di "Nessun dorma" a Trani: non cambia soltanto il cielo, ma, per qualche istante, anche le storie che credevamo già scritte.
Poi qualcosa cambia nell'aria: l'attacco de "Il poema dei giganti" , composto dallo stesso Soldano, sembra annunciare l'arrivo di qualcosa di antico e possente. Non sono giganti quelli che avanzano, ma i primi pescherecci che rientrano dalla notte di pesca, uno dopo l'altro, con le loro luci che emergono dal buio e si avvicinano lentamente al molo. Il loro incedere sembra seguire il ritmo della composizione, come se fossero accompagnati davvero dai passi di creature enormi che tornano dal fondo del mare. Poi arriva Debussy, il Clair de Lune, ma la luna questa mattina non è lì a guardarci, poiché in queste sere è un lieve spicchio, bassa sull'orizzonte, quasi nascosta: eppure sembra che non abbia mai davvero lasciato il cielo, è come se le note di Debussy siano il suo riverbero, la traccia luminosa rimasta dopo quel "bacio" celeste con Venere che ancora sembra galleggiare nell'aria dal tramonto di poche ore prima.
Intanto i pescherecci continuano a tornare, scortati dai gabbiani, mentre un chiarore lieve comincia ad affacciarsi sul mare. Ma una foschia lontana trattiene ancora il giorno e trasforma l'acqua in una distesa livida, quasi una lastra di ghiaccio. È un paesaggio sospeso, straniante, che sembra preparare il passaggio alla Danse Macabre di Saint-Saëns. Perché il mare è anche questo: luogo di memoria, abisso, tomba e prigione.
Eppure la vita torna sempre, torna nello sciabordio leggero delle onde che arrivano dal largo e accarezzano gli scogli, torna nella delicatezza delle " Culle" di Gabriel Fauré, che sembrano seguire proprio quel movimento lento dell'acqua, quel respiro continuo del mare che accompagna le mani dei due musicisti.E poi accade qualcosa che sembra impossibile da immaginare prima che accada. La "Morte del cigno" dal lago diTchaikovsky arriva in uno degli arrangiamenti più intensi, e proprio mentre la musica racconta la fragilità di un ultimo volo, dal cielo "cadono" tre stelle, una dopo l'altra, attraversano la costellazione di Perseo, quasi rispondendo alle note, mentre il chiarore dell'alba prende sempre più le sue tinte calde.
Attorno al faro, anche il mare sembra voler partecipare a questa attesa. Da un lato, un branco di tonni affiora improvvisamente dalla superficie, saltando e ricadendo nell'acqua come se anche loro fossero venuti a vedere cosa stesse accadendo lì intorno, richiamati da quella strana unione di musica e luce. Dall'altro, piccole imbarcazioni, tavole e canoe portano altri spettatori sul mare. Restano immobili sull'acqua, figure sospese in chiaroscuro in un'immagine che sembra arrivare da un'altra dimensione: quasi una spiaggia dantesca, anime raccolte davanti alla promessa della luce, in attesa di vedere aprirsi il cielo del Paradiso.
E proprio allora l'alba comincia a danzare. Arriva inatteso un valzer di Strauss, reinventato nella sensibilità jazzistica di Gershwin, e sembra accompagnare il movimento stesso del giorno che avanza. Il cielo cambia ritmo, il mare cambia colore, ogni cosa sembra trovare una propria cadenza. Poi torna il silenzio. Arriva Tra le onde, l'inedito scritto da Massarelli e Soldano, e il molo sembra nuovamente sospeso tra due mondi. Il cielo ormai è chiaro, ma il giorno è ancora trattenuto dall'umidità, avvolto in una sottile velatura che separa ancora il cielo dalla linea del mare. Ed è la malinconia struggente di Rachmaninov, uno dei luoghi musicali più amati dal maestro Soldano, con la musica che sembra avere la forza necessaria per rompere quella barriera invisibile che ancora trattiene l'alba, per squarciare il velo che divide il cielo dalla linea del mare. Ma il sole sembra ancora esitante, come se anche lui volesse prolungare quell'istante perfetto in cui la notte non è più notte e il giorno non è ancora completamente giorno.
È un lento incedere verso la vittoria della luce, accompagnato dall'energia incontenibile del Largo al factotum dal Barbiere di Siviglia. La voce del protagonista che tutto sa e tutto può sembra attraversare il molo con la sua forza vitale, mentre dai ricordi dell'animazione e della mitologia arriva la frase di Hercules: "Posso farcela!". È quasi un invito rivolto al cielo stesso, un richiamo alla forza necessaria per vincere ancora una volta il buio.
Ma il tempo resta sospeso. Siamo ancora in una Terra di Mezzo, in quel luogo misterioso dove ogni cosa può accadere, e allora la musica apre un altro orizzonte con la Fantasia tratta dal Signore degli Anelli, con il suo richiamo a mondi lontani, a viaggi e ritorni, a battaglie combattute non soltanto contro nemici visibili ma contro le ombre che abitano dentro ogni attesa.
"Rainbow Connection" si fa inno ai legami invisibili che uniscono il cielo e la terra, le persone e i sogni, ciò che vediamo e ciò che immaginiamo, ed è l'ultima carezza prima del momento che tutti aspettano. Il pubblico è immerso nel silenzio, come se anche il respiro dovesse fermarsi per non interrompere quel passaggio. E alle 5.37, puntuale, accade.
Quella lama di luce all'orizzonte viene finalmente trafitta dal sole. Il buio si apre, il cielo si accende e il Vincerò di Nessun Dorma con Giuseppe Greco e Alfonso Soldano, ormai consolidati "Duo Alborada", diventa ancora una volta la vittoria che si rinnova ogni giorno, una promessa antica che il mondo continua a mantenere: la luce torna sempre. Sul molo gli occhi si riempiono di emozione. Anche per chi è qui per il quarto anno consecutivo, anche per chi conosce già ogni passaggio e sa esattamente cosa sta per accadere, il miracolo non perde la sua forza. Anzi, forse proprio perché è atteso riesce ancora di più a commuovere come se fosse la prima volta. Il bis arriva con Bizet, con la Carmen. Bella come l'alba appena nata, intensa e struggente, perché porta con sé il peso del suo destino tragico. Ma questa volta qualcosa sembra cambiare. Mentre la musica si allontana, una barca attraversa lentamente la scia di luce del sole sul mare, una striscia dorata che sembra una foglia d'oro posata sull'acqua; un gabbiano rende il quadro pieno di vita e scompare verso l'infinito.
E per un istante viene naturale pensare che forse Carmen, questa volta, può sfuggire al destino che conosciamo. Forse può vivere, forse può vincere anche lei. Perché questa è la magia di "Nessun dorma" a Trani: non cambia soltanto il cielo, ma, per qualche istante, anche le storie che credevamo già scritte.

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